Space 4235

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Camminare l’orizzonte. Deriva

Ermanno Cristini in naufragio con:
Alessia Armeni, Simona Barbera, Antonio Catelani, Ronny Faber Dahl, Òbelo (Claude Marzotto e Maia Sambonet)
Contributo di testo di Gabriele Tosi

Opening Giovedi 16 Novembre ore 18
17 Novembre – 10 Dicembre 2017

Camminare l’orizzonte: l’articolo determinativo indica uno stare “dentro”, e non “su”. Poiché l’orizzonte è per definizione un altrove, che sfugge continuamente allo sguardo, Camminare l’orizzonte è uno stare dentro l’altrove, con quella continuità che è suggerita dall’idea stessa di linea.

Forse è lungo quella linea che si perdono sia lo sguardo del viandante di Friedrich che la rotta della barca di Bas Jan Ader perché se l’orizzonte non ha luogo il viaggio che esso chiama è un viaggio senza scopo, quel viaggio che si realizza nel viandare e che ha il naufragio come presupposto.

Da questo punto di vista allora Camminare l’orizzonte vuole essere un laboratorio epistemologico per praticare, come si conviene all’arte, il territorio mobile dell’eterotopia. In pari tempo esso asseconda il desiderio di sollevarsi in punta di piedi per osservare, con gli occhi chiusi, lo spazio necessario dell’utopia, forse l’unico luogo dove parlando altre lingue possiamo parlare la nostra.

Ermanno Cristini

* Nell’immagine: Ermanno Cristini, Camminare l’orizzonte. Tempo perso/trovato, 2017, palla di palline di scotch di carta su chaise-longue trovata in loco, Madeinfilandia (AR)
“Walking the-horizon (Lost_found time), ball of scotch tape on armchair found in the place”

 
 

 
 

Òbelo (Claude Marzotto e Maia Sambonet), Antologia dello spazio, libri
 
 

Ermanno Cristini, Dispositivo per srotolare l’orizzonte, 2015, cricchetto
 
 

Simona Barbera, Entanglement, 2017, pelletteria multicolore, corda cerata
 
 

 
 

Ronny Faber Dahl, Diversions Series, sacchetti di plastica riciclata, plastica industriale, tessuto sintetico, legno
 
 

Alessia Armeni, Ammira i bianchi di Genova, stampa digitale su forex
 
 

 
 

 
 

Antonio Catelani, Abwesenheiten in Preuisch Blau (Assenze in blu di prussia), 2013, olio su tela
 
 

Ermanno Cristini, Walking the horizon. Chiralità 2, matita su carta
 
 

SPACE 4235 AT NESXT

Per NESXT Independent Art Festival, 4235 riunisce un collettivo di artisti provenienti da Italia, Norvegia e Ucraina. Il gruppo, in precedenza coinvolto nei progetti di Space 4235, condivide l’interesse per le realtà artistiche degli spazi indipendenti. Il progetto ideato per NESXT si incentra sul contesto attivando questioni critiche ed estetiche in stretto dialogo con il processo materiale di ogni singolo intervento artistico.

Space 4235 è coordinato da Ronny Faber Dahl (NO) e Simona Barbera (IT). Lo spazio organizza un programma limitato di eventi con artisti transnazionali e un progetto teorico di seminari internazionali dal titolo Fumogeni, in collaborazione con Serena Porrati e Carlotta Pezzolo.

 

Andreas Olavssønn Rongen
Kristian Skylstad
Giancarlo Norese
Serena Porrati
Mauro Folci
Nikita Kadan
Ronny Faber Dahl
Simona Barbera

 

@ Via Bellezia 27, Torino
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Photo by Nikita Kadan, Protection of Plants

 

For the Independent Art Festival NESXT, 4235 brings together a collective of artists from Italy, Norway and Ukraine. The group, previously involved in the 4235 projects, shares an interest in the artistic realities of independent spaces. The project conceived for NESXT centers upon the context by activating critical and aesthetic dialogues with the material process of each individual intervention.

Space 4235 is coordinated by Ronny Faber Dahl (NO) and Simona Barbera (IT). The space runs a limited program of events with cross-national artists and a project based on theoretical international seminars entitled Fumogeni.

 

NESXT

ORARI/TIMES

26 ottobre – 18.00 – 24.00 Opening

27, 28 e 31 ottobre – 15.00 – 19.00

2, 3 e 4 novembre – 15.00 – 24.00

5 novembre – 12.00 – 19.00


Mauro Folci, NON É VERO CHE NON, 2012


Andreas Olavssönn Rongen, Fantoma (sketch), 2017


Nikita Kadan, Commons, 2015


Nikita Kadan, Commons, 2015


Kristian Skylstad, By The Sea The Sea of Trees, 2017


Giancarlo Norese, Red Marx with hammer and no sickle, 2015


Serena Porrati, Thin film, 2017


Ronny F Dahl, Complementary Margins, 2016


Ronny F Dahl, Diversions Series, 2017


Simona Barbera, Entanglement, 2017


Simona Barbera, Entanglement, 2017


Simona Barbera, Entanglement, 2017

FUMOGENI

is an independent initiative run by a group of artists, collectors and curators based in Genoa, Milan, and London.
Oriented towards creating a space where art, theory and critical reflection merge, the project aims at promoting social, political and environmental discourse. FUMOGENI consists in series of theoretical interventions on the topic of materialism, science and technology.
We seek to share this knowledge between the field of art and spaces/publics outside this context.
The talks take the form of a public presentation are part of the program of Space4235/CHAN, two independent exhibition spaces based in Genova.

FUMOGENI is organized by Serena Porrati, Simona Barbera, Carlotta Pezzolo

fumogeni.lectures@gmail.com

Kindly supported by Formech, London

III

Serena Porrati
March 31, 2017

19:00 – a 21:00
– 07.5

 

III

You’re walking out of the supermarket. As you approach your car, a stranger calls out, “Hey! Funny weather today!” With a due sense of caution – is she a global warming denier or what? – You reply yes. There is a slight hesitation. Is it because she is thinking of saying something about global warming? In any case, the hesitation induces you to think of it. Congratulations, you are a living proof that you have entered the time of hyperobjects. Why? You can no longer have a routine conversation about the weather with a stranger. The presence of global warming looms into the conversation like a shadow, introducing strange gaps. Or global warming is spoken or -either way the reality is strange.
[Timothy Morton Hyperobjects. Philosophy and Ecology after the End of the World]

III is a sculpture especially conceived for the Space 4235 in Genoa. Oriented towards the D.I.Y. artist’s run space approach, the installation presents itself as a minimal assemblage with an engineering as well as amateurish appeal.
Electrical dimmers connected to the electricity of the space “control” the three quartz heaters. The differential heat that they produce (approximately 1°C) corresponds to the global temperature increase over the last century. *

III presents itself formally “expanded” – it engages with things beside itself – it spreads into the electric circuit, and onward, to a more complex wired and vast system, up to a source – a thermoelectric power station fed by gas or oil. III manifests a thermodynamic flux. Human and non-human forces collide, linking all the way -back and forward- to the climate warming that we witness. The dislocation of the elements, the temporal reduction evoked by the heat, the merge of the artificial and natural forces of action and reaction shift III from an aesthetical level, to an ontological one.

III stands in a vital and controversial political terrain. It engages with the hyperobject, and as any hyperobject does, arouses a threat to individualism, nationalism, anti-intellectualism, racism, capitalism and anthropocentrism.

* According to an ongoing temperature analysis conducted by scientists at NASA’s Goddard Institute for Space Studies (GISS), the average global temperature on Earth has increased by about 0.8° Celsius (1.4° Fahrenheit) since 1880. Two-thirds of the warming has occurred since 1975, at a rate of roughly 0.15-0.20°C per decade.

 

IT

III è una scultura concepita appositamente per 4235. In sintonia con la vocazione D.I.Y. dello spazio genovese, l’installazione si presenta come un assemblaggio di fili elettrici ed elementi industriali dall’aspetto tanto dilettantistico quanto ingegneristico.
Dei regolatori di tensione collegati all’impianto elettrico dello spazio “controllano” tre resistenze al quarzo. Il calore differenziale che genera (di circa 1° C) è analogo all’incremento della temperatura globale registrata nell’ultimo secolo. *

III si presenta dunque “espanso” sul piano formale, coinvolgendo elementi al di fuori di sé, si allarga nell’impianto elettrico e ancora a un sistema cablato più vasto e complesso che confluisce in una sorgente – una centrale termo elettrica a sua volta alimentata probabilmente da carburi.
III manifesta un flusso termodinamico in cui sistemi umani e non confluiscono, concatenandosi al riscaldamento climatico cui assistiamo.
La dislocazione degli elementi, la riduzione temporale evocata dal calore, l’unione delle forze artificiali e naturali di azione e reazione, spostano III da un piano estetico su uno ontologico.

III occupa un terreno politico e vitale controverso, tende all’iperoggetto, e come ogni iperoggetto, evoca una minaccia all’individualismo, nazionalismo, anti-intellettualismo, razzismo, capitalismo e antropocentrismo.

* Secondo un’ analisi delle temperature globali, condotta dagli scienziati della NASA presso l’Istituto per gli Studi Spaziali (GISS), la temperatura media globale e’ aumentrata di 0.8° Centigradidal 1880. Due terzi del riscaldamento e’ avvenuto a partire dal 1975, ad una crescita di circa 0.15-0.20°C per decade.

 
 

Kindly supported by Formech, London

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SUPPORT

4235 Support is an economic donation system that will go towards new projects. 
Contact contact@space4235.com for more info.

Ora in ordine sparso

Guia del Favero
February 10, 2017

18:00 – a 00:00 Con un’improvvisazione di David Lucchesi durante la serata

– 11.3

 

Dicevamo. Il titolo mi sembra più vicino all’idea del lavoro, questa contingenza mi sembra rilevante. Mi piace che sia indefinito, cosa ne dici?

L’ordine sparso mi è sempre piaciuto, perché in qualche modo si tratta di due temi contrapposti, in nessun ordine particolare. E’ stato un modo di conoscere altre parti di questa storia che si sommano e non si escludono a vicenda. Per me è come un cerchio che si chiude e nello stesso momento non posso scordare che qualcosa si apre.

Cosa porterai?

La cristallizzazione blu ha che fare con il coagularsi di un’esperienza. Dall’osservare questi sali blu separati in scaglie. Erano in un vaso a casa di mio padre. Io li guardavo affascinata non sapendo cosa fossero, dopo li ho ereditati, sono cresciuta ed ho avuto modo di sapere cosa fossero. Ho deciso di scioglierli e lasciare che si ri-organizassero insieme, così ho fatto una trasformazione propedeutica alla mia crescita, e dal mio amore è nato questo cristallo.

Il carbone è una materia che mi ha fatto scoprire che ciò che vediamo non è l’aspetto finale di una cosa. Non avevo mai considerato che dentro il carbone e la cenere vi fosse ancora qualcosa che permane e custodisce informazioni che parlano di ciò che è bruciato. Quando me l’hanno insegnato, mi sono commossa…sono grata di poter toccare con mano concetti che restavano per me troppo astratti.

Una cosa che m’incuriosisce, tu hai usato una conchiglia per il canto?
Mi piace si sente…

Ho incontrato un pescatore che mi ha raccontato che un tempo si comunicava tra una barca e l’altra tramite queste conchiglie recidendone la punta.

Mi piace il titolo che hai dato alla traccia,‘Dentro la pancia della barca.’

Si sente?

Si

Prima di dormire mi piaceva ascoltare i suoni e quindi li ho registrati, dormire in barca è bellissimo.

Immagino, non ho mai dormito in una barca. L’esperienza totalizzante del mare…se pensiamo ai sedimenti oceanici …si espande un territorio ancora più complesso e stratificato. Ricordo l’immagine che avevo di te in questa barca in balia delle onde.
Queste immagini di orizzonti, di sezioni di mare, il cielo intenso.
La questione dell’orientamento o del disorientamento. Dalla materia a una pratica indeterminata: una forma che si cristallizza senza voler per forza essere un cristallo, e senza dover spiegare come avevamo pensato di non spiegare.

Una notte si navigava e si voleva raggiungere una determinata isola, ma il vento andava altrove. Solo dopo diverse ore è apparso chiaro che dovevamo andare dove lei voleva andare e siamo arrivati all’alba in un’altra isola alla quale non avevamo pensato. Arrivare dove non penseresti di andare. L’importante era essere presente, attenta, continuare a guardare e ascoltare.

 

Conversazione tra Guia e Simona, 28 gennaio / 2 febbraio 2017

 
 

EG

As we talked about, the title seems to encompass the work. This contingency seems relevant. I like that it is indefinite, what do you think?

I always liked the idea of a sparse order, because somehow the work relies on two opposing themes, in no particular order. It was a way to learn about other parts of this story that add up and are not mutually exclusive. For me is like a circle which closes and at the same time, I can’t forget that something remains open.

What’s it all about?

The Blue crystallization has to do with the array of experience. From observing these salts blue separated into flakes. They were in a jar in my father’s house. I watched them fascinated not knowing what they were after I inherited them, I grew up and I had no way of knowing what they were. I decided to dissolve and re-organize them together, so I made a transformation preparatory to my growth, and from my love this crystals were born.

Coal is a matter which made me discover that what we see is not the final appearance of one thing. I had never considered that in coal and ash there was still something that endures and preserves information about what is burned. When I was taught, I was moved … I am grateful to be able to grasp concepts that remained for me too abstract.

One thing that intrigues me, you used a shell for singing?
I like to hear …

I met a fisherman who told me that those shells were ones used to communicate between boats, by cutting off the tip of the shells.

I like the title you have given to the track, Inside the belly of the boat.

Do you feel?

Yes!

Before sleeping I was used to listen to the sounds and then record them.

I never slept in a boat. The all-encompassing experience of the sea, the ocean sediments underneath keep capturing my attention, as it expands an even more complex and layered territory. I remember the image I had of you in this boat adrift at sea. Images of horizons and of the sea, the endless sky.
This space makes you disorientated but still focused. Similar to an indefinite practice…a form, which crystallizes without wanting to be a Crystal, and without having to explain as we had thought not to explain.

One night we were sailing and we wanted to get to a particular island but the wind was going elsewhere. Only after several hours it became clear that we needed to go where she wanted to go and we arrived at dawn in another island on which we hadnt’ thought. Get where you wouldn’t go. The important thing was to be present, alert, keep watching and listening.

 

A conversation between Guia and Simona, 28th of January, 2nd of February 2017
  

Photo: Segna vento, custodia riserva dello Zingaro, Palermo 2016

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
Dall’11/02 aperto solo su appuntamento
space4235@gmail.com
 

Una cosa gettata nell’angolo

Luca Scarabelli
December 9, 2016

19:00 –

9.12 – 9.1 2017

 

La costruzione dell’opera di Luca Scarabelli si intreccia con il concetto di “stillstand” – raccontato nei Passages di Benjamin – che rimarca l’idea della soglia tra l’immobilità e il movimento. In questa occasione, un’attenzione particolare è posta sul dialogo ideale tra cose e oggetti – che si trovano lì anche per altre ragioni – in una sorta di combinazione tra l’estetica del quotidiano e dell’abbandono, tra l’economia dei mezzi e il valore antropologico del loro scopo sociale.

In questo orizzonte senza speranze, il pessimismo dell’autore concede spazio soltanto a una riflessione sull’adagiarsi e sullo scivolamento in un ambiente immobile, sul potere destituente e di sottrazione del meccanismo che costruisce il significato: sul residuo di una visione. Le opere permangono in un equilibrio instabile, in cui le tracce del passato si fanno vuoto ricordo, grammatica silenziosa, tensione (al massimo) verso una forma, catturata nel momento in cui il movimento – colto nell’atto del suo arresto – è posto in attesa.

Con un testo di Samuele Menin in mostra

 

Eng.

The work of Luca Scarabelli shares a closeness with the concept of ”standstill”, as mentioned in the Arcades Project by Walter Benjamin. Standstill remarks upon the idea of a threshold between stillness and movement. In the exhibition, particular attention is placed on the imaginary dialogue between things and objects, that are also there for different reasons – like of a combination between the aesthetics of everyday life and abandonment, including also the economy of means and the anthropological value of their social purpose.

In this horizon without wishful thinking, the author’s pessimism only allows room for a reflection on leaning and sliding in a still environment, on the power of the subtracting mechanism that builds meaning: the residue of vision. The works remain in an unstable equilibrium, in which traces of the past remember emptiness, silent grammar, tension towards a form, captured in the moment when movement – caught in the act of its arrest – is placed in waiting.

 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 

After Touch

Andrew Amorim
October  28, 2016

19:00 –

28.10 – 27.11

 

«There is a forest.
Here is the forest ablaze.
As thick trunks of tress crackle from the approaching heat
insects seek cracks in the barks and dig holes in the drying
up mud covering the forest floor.»

(excerpt from After Touch)

 

Through the intrusive whispers of the video, explaining the end of the world with the most vapid though valid narrative of all; the approaching asteroid, we´re confronted with the perversity of apocalyptic urge deeply implemented in the collective psyche of the developed world. The urge to compromise, deteriorate and obscure what is produced for us, must be as much a trigger for investment as preserving the investment, being a caretaker. It´s unavoidable, if you invest you will be responsible for decay. The more care you take the more at fault you are when the unavoidable happens, because all things must be compromised. The characters in After Touch provokes this unavoidable decay, making their shiny suits inferior in character, quality and value, by lingering in mud. They’re fighting the garments using their whole body as a tool for corrosion. The synthetic rubs against and is covered in what is counted as the most natural, what feeds us, which is what is compromised in the film itself through the impact of the celestial threat; earth itself. It doesn’t go deeper than this, it can’t, though what’s at stake here lingers on the surface comfortably. If one objects to these markers of culture, human beings dressing up in Adidas garments, to wallow in wet earth, filming themselves with go pro cameras or advanced phones, one would also need to object to sunbathing, diving or filming with drones. It all rests within the same sphere of activity. The stigma is generated through the implicit sexual connotations which by default emerges when you witness grown men embracing the soil, in shiny suits, to provoke a neurological tingling sensation on their skin, starting in the scalp moving swiftly in pulses down the back of the neck and upper spine. This is not adrenalin, this is sensory response, the mud and the garments tools to get to the one thing that matters; inner bodily sensations, autonomous in solitude. For what? Comfort. But who cares? The question “why” is irrelevant here. This is the cactus land. There are no eyes here. These men are the hollow men in death’s dream kingdom.

A vision of science fiction emerges in the mental hemisphere of the viewer who’s confronted with this material, but nausea really starts kicking in when one realises science is NOW and fiction is reality. This fragmentation, the activities which can not be identified as artistic practice, nor has any practical consequence beyond respiratory pleasure within the voyeur peeping Étant donnes style. Peeping at these bodies immersed in action and matter through the peephole of the viral tube. This is reality. This is reality detached from the prominence of the Star Trek suit, the notion of a future nourished by banal notions in the past, nurtured by perverse visions which are as clean as the design of the newest technological fad. The reality of the future of this planet is foolish and ghoulish, which shouldn’t worry a soul, man has always urged for the absurd. Reality is dirty and cold. Tribal notions deeply imprinted in the soul and spirit of man, is synchronised with the digital culture, shared. Thousands and thousands of individuals in sync through a cultural rarity: Solo mud wrestling textile masturbation. This is cultures emerged, detached from the loop of revolt and revenge. Total stagnation manifested in actions with implications so deep we’re not willing to wallow in it for too long. If you realise you’re making love while doing it, you’ll fast realise the absurdity of the motions, and adapt to the fact that you’re in fact mating primal style. Love is not the question. We don’t want and we don’t need this self consciousness when interacting sexually with the other, especially not when the other is Mother Earth. We heed to be immersed. The Oedipus complex meets up with Caligula fighting the waves. Schizophrenia becomes the norm. Normality attacked and obscured with the logo losing more and more visibility, covered in the opaque slush.

Two men are bouncing against each other in a gymnasium, wearing white fencing suits, hugging briefly, impotent without their weapon. The intensity escalating gradually. Impact after impact after impact after impact after impact. Impact as touch. After touch new impact. Touch is impact. Fatigue is generated gradually suspending the moment in an expectation of collapse, like every narrative, built up to reach catharsis through cataclysm. These men are avatars, strictly directed, slaves for a film. Fatigue kicks in. Posture intact. Rhythm so stable the two men, the mirrored men, makes the viewer question if there are real men inside these suits. This narrative merges and reemerges in a dual discourse with the meteorite mud men merrymaking. Here the quality of the image generates a cinematic premise, but there are no identifiable characters here, the actors, the dancers, the fencers without swords, they are anonymous, their identity exclusively rests within the integrity of their movements, their gradual bodily bankruptcy. This dance derives from the warm up, before the wrestling match starts, but unlike wrestling the premise of the integration is not based on competition, but collaboration. We’re living in a global situation of collective progressive stagnation. No actions are really legitimate except the vital ones; food, sleep, work, rest, sex, though no actions are illegitimate either. If you go to the core of any activity you’ll find the pointlessness of it, but art is the only culture which receives scrutiny without being compromised by the receiver as fetishism, and art rests, prospers and thrives on meaninglessness. Fetishism does not. It feeds on urge. It’s absolutely necessary, synonymous to hunger. There is still potential for an elevated freedom, though threatened and pressured constantly by the spectator. Everything is up for grabs.

After Touch puts the concept of culture itself under the loupe. By poaching and thieving the artist changes the premise of sampling, performance, photography, editing and identity. They are all mashed up into an assemblage of cold hearted confusion without desperation. Movement itself generates meaning. The pointlessness starts and ends with the material, what is made. Action transcends matter. If only the individuals posting these vignettes knew how much political and sociological potency their actions emphasise, by showing how soaked their garments can get, how many Khmer or Bangladeshi children are undernourished because of the prize they pay for these textiles. This basic and obvious political meaning is rejected in these films, lost to the core of the reading, instead we witness touch as touch, the soft touch of mud, and the firm grip released. Matter of factly. Our dried voices, when we whisper together. Are quiet and meaningless. As wind in dry grass. He quoted. Shaved. Fat. Sweaty. Hopeless. Barely moving at all. We might as well wallow in mud as go fighting in deserts, shoot criminals addicted to junk, attach cameras onto miniature helicopters to emulate the eye of God, moving miniature pieces of wood on a grid. People are paid for eating in front of their web camera, these days. People are hunting Japanese monsters outside your window, right now. People are counting their steps and calories on machines, in their pockets. Monitoring their sleep underneath their pillow. R.E.M. world. So, we might as well, wallow in mud. Because this abnormality is the new normality. Normality under threat, as vague as the term art. To be. To do. To know. To sleepwalk. Because this is the way the world ends. Not with a bang but a whimper. The world ends when you end. There is no room for anyone else in the reality we’ve generated. Only you. And your things. Life is very long.

The supplication of a dead man’s hand
Under the twinkle of a fading star.

Kristian Skylstad

 

Andrew Amorim (b. 1983, Brazil) is an interdisciplinary artist working with photography, film, video installations, sound and text. He recently graduated from Bergen Academy of Arts and Design, Norway. His work largely consists of stagings in front of a camera, where his choreography plays a key role. His installations are made of slow and contemplative videos that references cinematic and minimalist traditions.

 

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Contributors:

Photography: Numi Thorvarsson
DOP: Kjell-Gunnar Hjartholm Knudsen
Lights/Grip: Mats Willassen
Voice-Text: Federica Bueti
Voice-over: Johanna Balet Lettmayer
Essay: Krïstïan Skylstad
Performers: Ole Martin Meland, Timothy Bartlett, Nikolay Tysse Øberg, Henrik Nordin
Sound: Jorunn Børve Eriksen
Soundmix/Drums: Anand Chetty

 

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Il 15 febbraio 2013, una meteora è entrata nell’atmosfera terrestre ed è esplosa in una raffica d’aria sopra Chelyabinsk Oblast, in Russia. L’esplosione ha generato un’onda d’urto che ha danneggiato migliaia di edifici nelle città e in tutta la regione. E ‘stato un sollecito amichevole delle forze distruttive che circolano nello spazio esterno.

Andrew Amorim considera l’impatto del grande asteroide sulla terra all’interno dell’installazione in tre parti presentata allo Space 4235. Qui mescola diversi materiali trovati, tra cui filmati amatoriali dell’esplosione Chelyabinsk, clip sportivi feticisti estrapolati da YouTube, e una moltitudine di filmati personali a un testo narrativo (con una voce sussurrante fuori campo).

 

Andrew Amorim (b. 1983 Brasile) è un artista interdisciplinare che lavora con la fotografia, film, video – installazione, suono e testo, recentemente laureato alla Bergen Academy of Arts and Design, Norvegia. Il suo lavoro è in gran parte costituito dalla messa in scena di fronte alla telecamera, in cui l coreografia gioca un ruolo chiave. Le sue installazioni sono composte da lenti video contemplativi che fanno riferimento alla tradizione cinematografica minimalista.

 

Fade to Black

Kristian Skylstad
September  2, 2016

18:00 –

 

After a long break from photography Kristian Skylstad exchanged his photographic practice with poetry, ready made and assemblage ten years ago. Gradually he has returned to photography, and FADE TO BLACK is a project which merges these two practices. The object in the gallery space has been exchanged with the domestic space; clinical gallery light exchanged with the warm transition light in the sunset of his apartment. Any object has a semiotic value, a historical relevance, but in this project more is at stake; the surface of the negative is fed with form which harmonizes with its geometric value, which transcends and dominates content. Here the friction is ignited. The surfaces meet through the series of images, subtle repetitions merges content, surface transforms into meaning. Like prose or scenes in a movie content emerges and merges naturally. Tear Drop, where Jeremy Meeks (a felon and an icon on the net through an iconic mugshot with Mona Lisa qualities) meets the crushed Japanese cat from Chris Markers’ Sans Soleil. The cat and the criminal has the same vulnerable eyes. The photographs narrate themselves like pearls on a thread. Stagnation generates depth. Poetry creeps through the cracks, and the artist chooses to acknowledge this poetry, or wait for the light to become dull, to underline meditative qualities. He waits for the sunset to hit the bamboo table, hit the golden pages of the Quran, which reflects light which seem like flames on the table which already has a structure reminiscent of flames. The image Book of Fire is in a literary reading blasphemous, but in its essence innocent, on the brink of being an ensouling homage. A space is generated for a chronology. This space has an infinite potential, but the components are autonomous as much as part of a larger whole. In the image The Milky Way the angel on the kitsch cup is standing on a tablecloth with images of stars, the cup filled with sour milk. This image of banality in a triangle synthesis comments our inability as human beings to grasp the most complex and the simplest of all; the meaning of matter which is the universe.

 

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Dissolvenza al nero

 

Dopo una lunga pausa dalla fotografia, dieci anni fa Kristian Skylstad ha sostituito la sua pratica fotografica con la poesia, il ready made e l’assemblaggio. A poco a poco è tornato alla fotografia, e FADE TO BLACK è un progetto che unisce queste due pratiche. L’oggetto dello spazio della galleria è stato sostituito con lo spazio domestico; la luce clinica della galleria sostituita con la calda luce di transizione nel tramonto del suo appartamento. Ogni oggetto ha un valore semiotico, una rilevanza storica, ma in gioco c’è molto di più; la superficie del negativo è alimentata dalla forma che armonizza con il suo valore geometrico, che trascende e domina i contenuti. Qui l’attrito si accende. Le superfici s’incontrano attraverso la serie d’immagini, sottili ripetizioni si fondono ai contenuti, la superficie si trasforma in senso. Come la prosa o la scena di un film i contenuti emergono e si fondono in modo naturale. Tear Drop, dove Jeremy Meeks (un criminale icona della rete, attraverso una foto segnaletica iconica dalla qualità della Mona Lisa) incontra il gatto giapponese schiacciato da Chris Marker in Sans Soleil. Il gatto e il criminale hanno gli stessi occhi vulnerabili. Le fotografie si narrano come perle di un filo. Stagnazione genera profondità. La poesia s’insinua attraverso le fessure, e l’artista sceglie di riconoscere questa poesia, oppure attendere che la luce si affievolisca, per rilevarne le qualità meditative. Aspetta che il tramonto colpisca il tavolo di bambù, colpisca le pagine d’oro del Corano, che riflettono la luce e sembrano fiamme sul tavolo, che ha già una struttura che ricorda le fiamme.

L’immagine Book of Fire è blasfema nella sua lettura letteraria ma innocente nella sua essenza, al punto di essere un omaggio successivo. Uno spazio è generato da una cronologia. Questo spazio ha un potenziale infinito, ma gli elementi sono autonomi poiché parte di un insieme più grande. Nell’immagine The Milky Way l’angelo sulla tazza kitsch è in piedi su una tovaglia con immagini di stelle, il calice colmo di latte acido. Questa immagine di banalità in una sintesi triangolare commenta la nostra incapacità di esseri umani a cogliere il più complesso e il più semplice di tutti; il significato della materia che è l’universo.

 

Inaugurazione 18:00

Dal 2/09 al 21/10

 

 

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Littorina Littorea

Henrik Plenge Jakobsen

27th of May

 

 

 

 

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The Danish artist Henrik Plenge Jakobsen has created a film installation, Littorina Littorea, that comprises six short films. These were shot on islands in the Baltic Sea, specifically on Bornholm and on Färö and Lille Karlsø near Gotland. The ragged coastal landscapes with their many cliffs form the backdrop for mysterious scenes that show people carrying out enigmatic actions that appear to be ritual in nature or to refer to some unknown mythological realm. A woman is placing triangular mirrors in a dark landscape, a man is walking along with a long cane upon which eggs appear to be growing. A negative version of this egg cane appears on the bottom of the sea in one of the other films. A man touches a damp cliff side while another pours salt into the sea kneeling on a stony beach.

Littorina littorea is the name of a sea snail that was named by the Swedish botanist and zoologist Carl von Linné in the 18th century after an expedition to Gotland. The snail has lived in the area for countless ages and lent its name to an earlier stage of the Baltic, specifically the Littorina Sea, where, millennia before our time, the water level was much higher than it is today. The snail has been found in deposits in the geological intermediate zone that was then covered by the brackish waters of the Littorina sea, but which are now the coastlines of the Baltic. These landscapes, once submerged under the waters, evoke a world that predates civilisation, on the edge of history.

The Baltic constitutes an intermediate stage somewhere between lake and sea and as such displays unusual variations in salinity. The Baltic has been an important trade route and was much travelled in the Viking and Medieval ages when the area was both rich and powerful. The films take place on locations that are of biological, mythological, or historical significance for the Baltic. All the various tracks laid down provide a kind of sounding board for the films even though Plenge Jakobsen has no intention of pointing out a hidden connection or of reaching a single conclusive insight. Rather, the work reflects his own interests. He is interested in the Baltic, in zoology, hydrology, and geology, and in the friends and colleagues that appear in his film. In this way the films constitute a scene or setting for his own intuitive preferences.

The people appearing in the films are not professional actors; rather, they are personal friends and acquaintances of Plenge Jakobsen who, by virtue of their own personalities and distinctive characteristics, contribute characters whose actions lift them out of our recognisable universe, leaving them on the edge of the fathomable where they become phantoms of themselves.

The footage was shot on 16mm film and cut in an analogue process. The material properties of the celluloid film as it loops in the projector and projects its grainy image up onto the wall give the films a special tactility. Projected onto grey walls the films also seem to almost dissolve, causing the projections to appear like a kind of vision – much like the flickering figures they portray. The films’ actions and objects point back to Plenge Jakobsen’s other body of work, in which the combination of performance and sculptural objects is a pivotal element. This is intermingled with references to film and art history with Northern European landscapes, Land Art, and early experimental films as obvious sources of inspiration.

Text by Marianne Torp

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Littorina Littorea è un film installazione dell’artista danese Henrik Plenge Jakobsen costituito da sei cortometraggi. Il film è stato girato nelle isole del mar Baltico, specificamente a Bornholm, Färö e Lille Karlsø, vicino a Gotland. Il frastagliato paesaggio costiero con i suoi numerosi scogli fa da sfondo a scene misteriose dove diversi personaggi sono intenti a svolgere azioni enigmatiche che appaiono essere rituali nella natura, o riferirsi a un oscuro regno mitologico. Una donna pone degli specchi triangolari in un oscuro paesaggio, un uomo cammina con una lunga canna sulla quale sembrano crescere delle uova. Una versione in negativo del cesto d’uova appare sul fondo del mare in uno degli altri film.

Un uomo tocca una scogliera umida mentre un altro versa del sale in mare, inginocchiandosi sulla spiaggia sassosa. Littorina Littorea è il nome di una lumaca di mare che fu denominata dal zoologo e botanico svedese Carl von Linné nel 18 ° secolo, dopo una spedizione a Gotland. La lumaca ha vissuto nell’area per innumerevoli secoli e ha preso il suo nome da una fase precedente del Baltico, specificamente il Mare Littorina, dove, millenni prima del nostro tempo, il livello dell’acqua era molto più alto di quanto non sia oggi.


La lumaca è stata trovata nei depositi della zona geologica intermedia, in seguito coperta dalle acque salmastre del mare Littorina, che sono ora le coste del mar Baltico. I paesaggi, una volta sommersi dalle acque, evocano un mondo che precede la civiltà, ai margini della storia. Il Baltico costituisce uno stadio intermedio a metà strada tra il lago e il mare e come tale mostra variazioni insolite di salinità. Il Baltico è stato un’importante rotta commerciale attraversata durante l’epoca vichinga e medievale, quando la zona era ricca e potente. I film si svolgono in luoghi che hanno una valenza storica, mitologica e biologica per il Baltico. Le varie tracce costituiscono una sorta di cassa di risonanza per i film, anche se Plenge Jakobsen non ha alcuna intenzione di indicare un collegamento nascosto o di raggiungere una singola visione conclusiva. Piuttosto, il film riflette il suo personale interesse. Henrik Plenge Jakobsen é interessato alla zoologia, l’idrologia e la geologia del Baltico, agli amici e colleghi che appaiono nel suo film. In questo modo le pellicole costituiscono lo scenario delle sue intuitive preferenze. I personaggi che appaiono nel film non sono attori professionisti; sono amici personali e conoscenti di Plenge Jakobsen che, in virtù della loro personalità e caratteristiche distinctive, restano sospesi dal nostro universo riconoscibile, al margine del tangibile, diventando fantasmi di se stessi. Il filmato è stato girato in pellicola 16mm e tagliato attraverso un processo analogico. 

La proprietà materiale della pellicola di celluloide, e la tattilità speciale proiettata in loop, trasferisce la sua immagine sgranata sulle pareti, creando una tattilità speciale. Proiettati su pareti grigie i film sembrano quasi dissolversi, come una sorta di visione – proprio come le figure tremolanti ritratte. Le azioni e gli oggetti del film rimandano ad un’altra parte del lavoro di Plenge Jakobsen, dove la combinazione di performance e oggetti scultorei è un elemento fondamentale. Questi sono mescolati a riferimenti al cinema e alla storia dell’arte, ai paesaggi del Nord Europa, Land Art, ai primi film sperimentali come ovvia fonte di ispirazione.


(testo originale Marianne Torp)

Nello spazio 4235 sarà proiettato un estratto del film, in formato digitale, accompagnato da un poster originale concepito da Henrik Plenge Jakobsen per 4235.

 

 

 

 

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